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pd_bandiera1474_imgSi sono conclusi oggi i congressi di circolo del Partito Democratico del IV Municipio. Hanno partecipato quasi mille iscritti: una straordinaria dimostrazione di democrazia. Il confronto è stato a tratti aspro ma ha consentito a tutti di “dire la propria” scegliendo i candidati alla segreteria regionale e nazionale dopo aver valutato i programmi, ascoltato le presentazioni e partecipato al dibattito.
Prima di fornire i risultati mi permetto di ringraziare tutti i coordinatori e i gruppi dirigenti dei circoli per il lavoro svolto al fine di consentire lo svolgimento dei congressi e di conseguenza una buona partecipazione, ma anche ai rappresentanti delle tre mozioni per aver svolto ciascuno con equilibrio i propri compiti senza mai dimenticare che tutti rappresentiamo e continueremo a rappresentare insieme il PD, cioè la più grande forza riformista del Paese e del nostro territorio.

Ed ora i risultati complessivi del IV municipio. I votanti sono stati 928 su 1635 iscritti per un partecipazione del 56,8%.

Tra i candidati a segretario nazionale il più votato è stato Pierluigi BERSANI con 446 voti (48,1%), seguito da Dario FRANCESCHINI con 402 voti (43,3%) e da Ignazio MARINO con 80 voti (8,6%).

Tra i candidati a segretario regionale in vantaggio è Alessandro MAZZOLI per la mozione Bersani con 419 voti (45,8%), seguito da Roberto MORASSUT per la mozione Franceschini con 400 voti (43,7%) e da Ileana ARGENTI per la mozione Marino con 96 voti (10,5%).

Risultati (ufficiosi) circolo per circolo

—CASTEL GIUBILEO partecipazione 45,7%
NAZIONALE: BERSANI 8 voti (12,5%), FRANCESCHINI 56 voti (87,5%), MARINO 0 voti (0%); REGIONALE: MORASSUT 56 voti (87,5%), ARGENTIN 0 voti (0%), MAZZOLI 8 voti (12,5%)

—NUOVO SALARIO/ATENEO SALESIANO partecipazione 64,9%
NAZIONALE: BERSANI 63 voti (87,5%), FRANCESCHINI 2 voti (2,8%), MARINO 7 voti (9,7%); REGIONALE: MORASSUT 4 voti (5,6%), ARGENTIN 8 voti (11,1%), MAZZOLI 60 voti (83,3%)

—FIDENE/SERPENTARA partecipazione 48,8%
NAZIONALE: BERSANI 38 voti (95,0%), FRANCESCHINI 2 voti (5,0%), MARINO 0 voti (0%); REGIONALE: MORASSUT 5 voti (12,5%), ARGENTIN 1 voto (2,5%), MAZZOLI 34 voti (85%)

—MONTESACRO partecipazione 80,5%
NAZIONALE: BERSANI 178 voti (71,8%), FRANCESCHINI 28 voti (11,3%), MARINO 42 voti (17%); REGIONALE: MORASSUT 36 voti (14,7%), ARGENTIN 47 voti (19,2%), MAZZOLI 160 voti (66,1%)

—NUOVO SALARIO/BELOTTI partecipazione 59,9%
NAZIONALE: BERSANI 67 voti (42,7%), FRANCESCHINI 73 voti (46,5%), MARINO 17 voti (11,9%); REGIONALE: MORASSUT 66 voti (43,1%), ARGENTIN 14 voti (9,2%), MAZZOLI 73 voti (47,7%)

—TALENTI partecipazione 73,3%
NAZIONALE: BERSANI 69 voti (36,9%), FRANCESCHINI 109 voti (58,3%), MARINO 9 voti (4,8%); REGIONALE: MORASSUT 111 voti (60,3%), ARGENTIN 13 voti (7,1%), MAZZOLI 60 voti (32,6%)

—VIGNE NUOVE partecipazione 33,5%
NAZIONALE: BERSANI 23 voti (14,4%), FRANCESCHINI 132 voti (82,5%), MARINO 5 voti (3,1%); REGIONALE: MORASSUT 122 voti (77,7%), ARGENTIN 13 voti (8,3%), MAZZOLI 22 voti (14%)

Ora tutto il gruppo dirigente del PD del IV municipio comincerà a lavorare per l’organizzazione delle primarie con l’obiettivo di far partecipare alle primarie del 25 ottobre quanti più cittadini possibile confermando quello che hanno già detto gli iscritti: il PD è una grande forza che discute, si confronta e poi sceglie democraticamente.

Pubblichiamo una lucida ed argomentata riflessione del coordinatore della Mozione Bersani di Talenti Vincenzo Ciampi sul rapporto tra tesseramento, partito, iscritti e leaderismo.

Durante il ventennio la tessera del partito unico concorreva a formare l’anagrafe della società civile. Qualsiasi posizione lavorativa che non fosse meramente esecutiva comportava l’iscrizione al PNF, che così, pur non essendo mai stata obbligatoria in forza di legge, diventava nei fatti un discrimine per poter lavorare, insegnare, percorrere la carriera pubblica, esercitare la libera professione, ecc.
Puntando molto sulla mobilitazione di apparato e sull’ indottrinamento continuo fin dall’età scolare, il PNF si comportava da “partito” nel senso più organico del termine: meccanismo pianificato di aggregazione e manifestazione del consenso (diverso il discorso sulla libertà di consentire). Era un sistema che funzionava, quando si iniziò a costruirlo era modernissimo ed innovativo,anche sotto il profilo della comunicazione politica, e fu – purtroppo – un modello per tutti gli stati totalitari.
Nelle democrazie del XX secolo quella struttura fu mantenuta sostanzialmente inalterata, soprattutto nelle democrazie non anglosassoni, . Su questa differenza si basava 40 anni fa la nota distinzione di Duverger fra partito dei notabili e partito di apparato. Ovvero fra partiti che funzionavano essenzialmente come macchine elettorali, mantenendo per il resto una organizzazione “leggera”, e partiti che si organizzavano in strutture permanenti di militanti , la cui dinamica fu descritta da Niklas Luhmann con la creazione del termine di “autoreferenzialità”, entrato poi a far parte del linguaggio corrente.
La “tessera” ha sempre rappresentato il simbolo dell’appartenenza e, a un tempo, l’unità di misura di una forza rappresentativa non tanto del partito come soggetto elettorale (contano i voti), ma della forza interna dei gruppi dirigenti in competizione fra loro.
Attraverso il “tesseramento” il militante che si proponeva come candidato dirigente si accreditava verso l’alto. Il capo, o capetto, o vice capo, o candidato capo, o anche il semplice galoppino ambizioso, doveva portare al mulino della sua corrente , e del suo “vero” capo di riferimento, un determinato pacchetto di tessere che il referente poteva gestire come “sue”, ai fini delle conta interna.
Era uno dei meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti. I semplici militanti, ai fini delle nomine, non erano teste, o persone, erano solo tessere.
Tuttavia, il suo valore sarebbe stato quasi trascurabile , nella nostra storia politica, se questo sistema
non si fosse avvalso di un legame molto stretto fra momento elettorale e distribuzione delle tessere. Infatti, la democrazia interna era scarsa, i canali di finanziamento erano esterni all’organizzazione , i leader locali e nazionali potevano rivendicare potere portando prima i voti, poi le tessere.

Il punto di elevata efficienza consisteva nel fatto che i due momenti coincidevano. Si votava con il proporzionale e con le preferenze. L’azione di proselitismo effettuata dai gestori delle tessere era un aspetto dell’ azione volta a incrementare i pacchetti di voti “personali” dei loro mandanti, che a loro volta alimentavano il mulino del partito. La fase del “tesseramento” era successiva,e comportava un elemento volontario di affiliazione e fidelizzazione al partito, con cui si andava oltre al voto di scambio: oggi sono merce, ma non voglio esserlo più, quindi ambisco a partecipare a questo gioco. Allora il leader poteva occupare, con i suoi tesserati, pezzi di territorio partitico, o addirittura fondare correnti.
Quindi, i pacchetti di voti “gestiti” erano superiori a quello delle tessere. Le tessere, a loro volta, erano forza effettiva perchè corrispondenti a voti nelle elezioni. Il gerarca che lavorava per sè poteva, a ragione, dimostrare di lavorare per il partito, perchè operava per fargli vincere le elezioni.
UN sistema perverso ma assai efficiente.

Nell’epoca del maggioritario senza preferenze la musica è cambiata.
Le tessere sono diventate funzionali solo alle selezioni interne al partito. I rassemblement trasversali e i cartelli elettorali costringono a rivolgere la proposta politica anche all’esterno degli ambiti autoreferenziali, fuori dall’apparato: si cerca una maggiore similitudine con i modelli anglosassoni, si parla di primarie, si comunica attraverso lo spazio illimitato della rete. Il PDL, che ha un proprietario autocrate, non si pone il problema, ma il suo oppositore si, e mancando la misura dei voti, deve trovare meccanismi di consultazione per stabilire chi abbia il diritto di pilotaggio.

La democrazia interna nei “veri” partiti , quindi, aumenta. Almeno in teoria. Perchè in ogni occasione in cui si procede a conte interne, non si può prescindere dall’unità di misura, la tessera. Ecco, quindi, che scattano inevitabilmente azioni di proselitismo che non sono funzionali a migliorare la performance elettorale del partito, e inoltre generano meccanismi di obbedienza. La vera capacità politica e personale può diventare un optional. Il piccolo cabotaggio è l’unico cabotaggio.I favori si devono restituire.

Si seleziona in tal modo una classe di quadri intermedi e periferici a rischio di essere condizionata dalla preoccupazione è quella di procacciare al referente immediatamente superiore un numero congruo di tessere. L’entità del tributo è restituita in subappalto, o in comodato, e configura il posizionamento di costoro negli ambiti locali.
Nella vecchia DC , se “avevi” 100 tessere, pretendevano da te 10.000 voti alle elezioni. Oggi non è necessario: solo dopo la guerra delle candidature, combattuta a colpi di tessere, il leader di riferimento passerà a misurarsi elettoralmente contro i partiti rivali. Ma a quel punto è già successo qualcosa che lo indebolirà comunque (e con lui, il partito): è accaduto che molte energie sono state profuse in una fase precedente. La sinusoide del proselitismo ha raggiunto il picco nella fase interna, quindi può trovarsi al ribasso nella fase più delicata serve, quella delle elezioni. Il rapporto tessere – voti è ovviamente sempre vantaggioso, ma decrescente.
Un sistema politicamente inefficiente, ed eticamente discutibile.

La “Trappola” non finisce qui, però.
E’ questa la parte più interessante, perchè meno visibile.

Qualcuno pensa che allargando i meccanismi di selezione si depotenziano le controindicazioni di un sistema che, in ogni caso, sia chiaro, è “emocratico. Costoro dicono, lodevolmente: siccome riservare le decisioni agli iscritti comporta questi fenomeni, rivolgiamoci al popolo, a quelli che votano per noi ma senza partecipare. Consultare centomila persone è meglio che consultarne diecimila. E più democratico.

Così, in realtà, la falla può allargarsi, come alcune evidenze empiriche (dati elettorali) dimostrano.
Ma spesso ci si rifiuta di indicarne la ragioni, asetticamente.
Proviamoci.
Anzitutto, la funzione di collegamento fra simpatizzanti e partito è curata essenzialmente dai soggetti selezionati in base ai quei meccanismi sopra descritti. Ne consegue che alcuni di loro continueranno a lavorare per sè, altri vedranno il tutto con sospetto e preoccupazione per le proprie posizioni, altri ancora faranno del loro meglio, ma quel meglio non sarà mai abbastanza, perchè il loro talento viene abitualmente impiegato altrove.
Poi, in tutte le strutture politiche che funzionano, la fase di sviluppo (proselitismo) deve essere seguita da quella del consolidamento (fidelizzazione). Se il simpatizzante coinvolto non trova corrispondenza con le aspettative, sarà il primo, alla prossima tornata, a reagire con l’astensionismo o con il voto per un altro partito. Potrà dire: “Mi hanno chiamato a scegliere un leader, ma ora ho l’impressione che mi abbiano fregato, perchè poi nessuno viene a chiedermi cosa, secondo me, quel leader dovrebbe dire o fare. Forse se l’erano già scelto loro. E comunque, visto che quello che fa e dice non mi piace, che non vengano più a rompermi le scatole”.
Infine, molti che fanno parte di quel popolo possono chiedersi:” Si sono rivolti a me perchè pensano
che, per le mie idee e i miei valori, io possa votare per loro. Ma poi, non sanno spiegarmi esattamente cos’è l’entità per cui devo votare. A volte mi pare che propongano se stessi, non il partito”.

La quarta ragione è, forse, la più importante:tutta questa mobilitazione parte dal presupposto che allargando l’area dei soggetti coinvolti nei meccanismi interni si allarghi poi, inevitabilmente, l’area elettorale del soggetto proponente. Naturalmente non c’è alcun motivo logico, a parte auspici e speranze, per cui le cose debbano andare in questo modo. Anzi, qualche volta avviene il contrario . L’ostacolo non sta nel sistema in sè, ma nel contesto in cui viene fatto operare. Al fronte di tutta questa agitazione, non sarà vero il vecchio, banale, arcaico principio secondo cui , alla fine, se hai delle proposte serie ti votano, altrimenti no?
In sostanza, ci si “dimentica” che esiste un’altra parte del Paese, che per il momento non ci vota, ed attualmente è maggioritaria.

(Per inciso, in America è successo altro, anche se qualcuno che fermo alla superficie pensa che ciò che ha fatto Obama si possa vedere anche qui. Negli USA, prima è stata individuata una proposta politica, che desse risposta a problemi (gravissimi) di determinate categorie sociali. Ciò avvenuto per intuizione di un leader potenziale , ma anche perchè qualcuno è andato a indagare, a studiare e a chiedere in giro, facendosi un notevole “mazzo”, e profondendo la dote dimenticata (non in USA) della professionalità. Non “distratto” da altre incombenze.Poi si è veicolata la proposta, con sistemi che a noi paiono enormemente innovativi ma, come internet, esistono da vent’anni, e quindi la gente comune li usa. Poi si è cercato di trasformare tutto questo in una comunicazione efficace e credibile, per convincere molte persone che il candidato aveva i titoli, le capacità e il carisma di realizzare quanto sosteneva necessario per il suo Paese.).

Per tornare a noi, una volta capita la natura di cosa è un tesseramento, le soluzioni – volendo – sarebbero anche semplici. E’ la nostra desuetudine ad essere lineari e trasparenti che le rende complicate.
La “tessera” è un simbolo, spesso ingiustamente demonizzato, ma in realtà è semplicemente un ticket di partecipazione, che certifica alcuni diritti. Quei diritti li hanno solo loro, i “soci”, perchè ci mettono la faccia. Serve a misurare e delimitare un ambito di partenza, e consente poi di misurare i risultati finali. E’ giusto quindi invitare la gente a partecipare e ad iscriversi , devi però fornirgli delle regole semplici .Quegli ambiti sono di tutti. Non bisogna trattare quel diritto, che è suo , come appannaggio di soggetti intermediari. Queste persone hanno luoghi facilmente individuabili (circoli, sezioni, gruppi, associazioni, blog, quello che vi pare) per esprimersi. Se non ci sono troppi broker di tessere in agguato – fra l’altro, in competizione fra di loro – può darsi che quei cittadini siano realmente posti in condizione di dirci quello che pensano si debba fare. Fornitegli capacità di ascolto, senza pretendere di comandarli o di usarli, senza proporvi come “capi”, o come maestrini, e vedrete che saranno sempre di più, perchè di cose che non funzionano in Italia ce n’è a morire .E molti non aspettano altro che di trovare luoghi ed occasioni per esprimersi.

SE la tendenza a fare questo – in altre parole, un “vero” partito – fosse almeno prevalente (non è una utopia, nel XX secolo lo è stata, per i principali partiti) – la famosa proposta politica ci sarebbe, e come.
Ma purtroppo, la politica è impaniata nelle trappole mediatiche e nelle confusioni concettuali del leaderismo, la malattia infantile del maggioritario, che induce meccanismi imitativi devastanti, per effetto di immedesimazione e di tentata emulazione.
La forza politica di Berlusconi, infatti, è fatta di milioni di “berluschini”. Dall’altra parte, molti si scoprono “capi” per nascita e vocazione, e si affacciano alla politica già cercando le pecorelle per il loro piccolo gregge tesserato, da condurre poi all’ovile del pastore più esperto ed attrezzato.
Non sarà un caso, infatti, che l’area in Campo Marzio dove nella Roma repubblicana si svolgevano le procedure elettorali, venisse per l’appunto chiamato “ovile”.
Il voto di scambio, ovviamente, imperava.

Per una democrazia esigente

Sosteniamo Pier Luigi Bersani nella sua candidatura a Segretario del PD. Lo facciamo sulla base di una lettura di questi anni, di alcune convinzioni profonde e di quei traguardi che riteniamo essenziali per ridare senso e slancio al progetto di un nuovo partito. A Bersani diciamo che saremo leali verso di lui e coerenti con i contenuti di questo documento. Nella certezza che il Partito Democratico, una volta concluso il suo congresso, dovrà vivere come una comunità di donne e uomini, ricca delle sue differenze, ma unita e solidale. Perché anche così torneremo ad avere nel paese quel prestigio senza il quale ogni politica e ogni programma sono scritti sulla sabbia.

continua

ADERISCI

 

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